– COMPASSO D’ORO –

Nel 1954 nasceva il Compasso d’oro e la TV

inizia tutto nel 1953 con la mostra “L’estetica del prodotto” e da una successiva intuizione di Cesare Burzio di “lanciare un premio destinato a riconoscere e promuovere la qualificazione culturale dei prodotti, ma che servisse anche da stimolo alla crescita se non alla nascita di imprese orientate alla qualità e al design”. Albe Steiner propone e realizza il logo che Marco Zanuso e Alberto Rosselli trasformeranno in oggetto fisico. Nasce così il Compasso d’oro, che da sessantasei anni è l’equivalente de premio Nobel per il design.

Per venticinque edizioni le varie giurie, de La Rinascente prima e di ADI poi, hanno scelto e decretato vincitori degli oggetti, dalle macchine da cucire ai libri, che esprimevano la massima evoluzione tecnologica, estetica e funzionale del momento. Da quasi settant’anni definiscono le linee guida del design prossimo venturo, fissando dei punti fermi, delle stelle fisse, da cui partire per andare oltre. Il racconto di Making of Light inizia dalla prima edizione, nel 1954, durante la quale vennero premiati dodici oggetti tra cui una lampada da tavolo, la Modello 559 disegnata da Gino Sarfatti per la sua Arteluce (acquisita da Flos nel 1974). Nello stesso anno iniziavano le trasmissioni televisive RAI, portando nella casa degli italiani la possibilità di vedere tutto il mondo, vicino e lontano. Questo avrebbe avuto un grandissimo impatto sulla quotidianità del singolo, ne avrebbe influenzato i comportamenti e gli acquisti, e ampliato la visione culturale. Il design, o arredo moderno, sarebbe lentamente entrato nel linguaggio comune diventando un fenomeno di massa con Carosello. Esempi sono la Moka Bialetti, il Moplen o la Linea per Lagostina.

Ad ogni oggetto scelto dalla giuria, quell’anno composta da Aldo Borletti, Cesare Brustio, Gio Ponti, Alberto Rosselli e Marco Zanuso, veniva assegnata una motivazione circostanziata. Di seguito quella relativa alla lampada premiata, la Mod. 559 design Gino Sarfatti.

Il “Compasso d’oro 1954” è stato attribuito al pezzo di Arteluce che per la sua dimensione minore, per le sue soluzioni funzionali e per la sua semplicità, poteva essere simbolo dei valori delle creazioni formali di questa produzione. Essa merita un rilievo per la continuità creativa, la coerenza di gusto, la coscienza di esecuzione e la ricerca formale sempre esteticamente controllata e condotta all’essenzialità. Nel campo della illuminazione, divenuto oggetto di espressioni troppo fantasiose, l’assegnazione del Premio “La Rinascente Compasso d’oro 1954” conferma ad Arteluce anche il valore di esempio.

Tra le righe risultano evidenti le vere ragioni del riconoscimento, è stata premiata una visione estetica e aziendale forse tra le più belle e interessanti della prima metà del Novecento. Gino Sarfatti, con le sue creazioni, aveva dato prova di una capacità e continuità creativa tra le più prolifiche, in Arteluce dal 1938 al 1974 vennero prodotte circa 700 modelli di lampade. In tutte è evidente la coerenza di gusto che rende, anche al primo sguardo, riconoscibile lo stile Sarfatti. Tanto che l’edizione successiva del premio tra i vincitori ci sarà ancora una lampada Arteluce (oggetto del prossimo articolo).

Per venticinque edizioni le varie giurie, de La Rinascente prima e di ADI poi, hanno scelto e decretato vincitori degli oggetti, dalle macchine da cucire ai libri, che esprimevano la massima evoluzione tecnologica, estetica e funzionale del momento. Da quasi settant’anni definiscono le linee guida del design prossimo venturo, fissando dei punti fermi, delle stelle fisse, da cui partire per andare oltre. Il racconto di Making of Light inizia dalla prima edizione, nel 1954, durante la quale vennero premiati dodici oggetti tra cui una lampada da tavolo, la Modello 559 disegnata da Gino Sarfatti per la sua Arteluce (acquisita da Flos nel 1974). Nello stesso anno iniziavano le trasmissioni televisive RAI, portando nella casa degli italiani la possibilità di vedere tutto il mondo, vicino e lontano. Questo avrebbe avuto un grandissimo impatto sulla quotidianità del singolo, ne avrebbe influenzato i comportamenti e gli acquisti, e ampliato la visione culturale. Il design, o arredo moderno, sarebbe lentamente entrato nel linguaggio comune diventando un fenomeno di massa con Carosello. Esempi sono la Moka Bialetti, il Moplen o la Linea per Lagostina.

Ad ogni oggetto scelto dalla giuria, quell’anno composta da Aldo Borletti, Cesare Brustio, Gio Ponti, Alberto Rosselli e Marco Zanuso, veniva assegnata una motivazione circostanziata. Di seguito quella relativa alla lampada premiata, la Mod. 559 design Gino Sarfatti.

Il “Compasso d’oro 1954” è stato attribuito al pezzo di Arteluce che per la sua dimensione minore, per le sue soluzioni funzionali e per la sua semplicità, poteva essere simbolo dei valori delle creazioni formali di questa produzione. Essa merita un rilievo per la continuità creativa, la coerenza di gusto, la coscienza di esecuzione e la ricerca formale sempre esteticamente controllata e condotta all’essenzialità. Nel campo della illuminazione, divenuto oggetto di espressioni troppo fantasiose, l’assegnazione del Premio “La Rinascente Compasso d’oro 1954” conferma ad Arteluce anche il valore di esempio.

Tra le righe risultano evidenti le vere ragioni del riconoscimento, è stata premiata una visione estetica e aziendale forse tra le più belle e interessanti della prima metà del Novecento. Gino Sarfatti, con le sue creazioni, aveva dato prova di una capacità e continuità creativa tra le più prolifiche, in Arteluce dal 1938 al 1974 vennero prodotte circa 700 modelli di lampade. In tutte è evidente la coerenza di gusto che rende, anche al primo sguardo, riconoscibile lo stile Sarfatti. Tanto che l’edizione successiva del premio tra i vincitori ci sarà ancora una lampada Arteluce (oggetto del prossimo articolo).

La 559 è una lampada cilindrica da tavolo, corpo in vetro opalino e con uno schermo curvo in metallo fissato a un pivot interno al diffusore che funziona da elementare sistema di controllo della luce. Un dimmer manuale, estremamente semplice ed efficace. Questi elementi, dalle linee così essenziali, hanno influenzato la scelta della giuria che ha premiato un manufatto che non fosse “oggetto di espressioni troppo fantasiose”. La coerenza di pensiero mantenuta dalle varie commissioni è sorprendente, a oltre sessant’anni è rimasta invariata e costante. Facendo un confronto tra i primi prodotti selezionati e quelli delle ultime edizioni, l’ideale fondativo di “riconoscere e promuovere la qualificazione culturale dei prodotti, ma che servisse anche da stimolo alla crescita se non alla nascita di imprese orientate alla qualità e al design” è rimasto lo stesso.

Ma il Compasso d’oro non è solo un premio “estetico” è anche, e soprattutto, un premio all’innovazione tecnologica. A conferma di questo c’è la relazione stilata dalla giuria, esaustiva del percorso intrapreso e tuttora in corso: “Al primo Concorso nazionale del Premio “La Rinascente Compasso d’oro” per l’estetica del prodotto, indetto nel 1954, hanno risposto 470 produzioni con un complesso di 5700 oggetti sottoposti alla Giuria […] che ritiene di dover qui precisare utilmente, a proposito della prima scelta fatta appunto fra tutti i partecipanti nelle riunioni iniziali, alcuni principi che spiegano come parecchie produzioni interessanti – specie fra i giocattoli e gli abbigliamenti – non abbiano potuto, nonostante i loro meriti, essere prese in considerazione, sia per la mostra quanto per il premio. Un giudizio selettivo in base alla moderna “estetica del prodotto” può infatti intervenire solo per quelle produzioni nella creazione delle quali si possa avvertire con la qualità ed il ritrovato tecnico, anche la presenza di un “controllo” d’ordine estetico il quale appartenga al gusto severo della semplicità formale o della sintesi figurativa; il gusto stesso cui appartengono tutte le produzioni che nel mondo costituiscono la espressione moderna più valida del “disegno per l’industria”, e danno il carattere più elevato allo stile che va determinando […] Gusto che ha due provenienze: una “culturale” che muove dai movimenti moderni delle arti, l’altra da definirsi “morale-tecnica” perché vuole rispondere con estrema sincerità ai postulati insiti nella funzione e da essa suggeriti, rifiutandole anche ogni fatua vistosità. Quando i risultati di quel “controllo” estetico si identificano formalmente con la destinazione e il carattere dell’oggetto, e si arriva alla purezza ed essenzialità della “forma della funzione”, allora l’oggetto è perfetto, e la sua forma è “vera”.

Diversi sono gli esempi di “forma della funzione” legati all’illuminazione, tra gli ultimi Compassi assegnati ricordiamo quello a Tite e Mite di Foscarini (2001) o la Mix di Luceplan (2008), le prime per l’uso di un filato in Kevlar®, la seconda per l’introduzione del LED COB. Una curiosità, la Mix ha un sistema manuale dimmer simile alla 559, un filtro color ambra, orientabile mediante un piccolo perno, permette di direzionare e controllare il fascio luminoso. Un’evoluzione, e soprattutto, un passaggio di testimone tra oggetti e designer.

Ma il Compasso d’oro non è solo un premio “estetico” è anche, e soprattutto, un premio all’innovazione tecnologica. A conferma di questo c’è la relazione stilata dalla giuria, esaustiva del percorso intrapreso e tuttora in corso: “Al primo Concorso nazionale del Premio “La Rinascente Compasso d’oro” per l’estetica del prodotto, indetto nel 1954, hanno risposto 470 produzioni con un complesso di 5700 oggetti sottoposti alla Giuria […] che ritiene di dover qui precisare utilmente, a proposito della prima scelta fatta appunto fra tutti i partecipanti nelle riunioni iniziali, alcuni principi che spiegano come parecchie produzioni interessanti – specie fra i giocattoli e gli abbigliamenti – non abbiano potuto, nonostante i loro meriti, essere prese in considerazione, sia per la mostra quanto per il premio. Un giudizio selettivo in base alla moderna “estetica del prodotto” può infatti intervenire solo per quelle produzioni nella creazione delle quali si possa avvertire con la qualità ed il ritrovato tecnico, anche la presenza di un “controllo” d’ordine estetico il quale appartenga al gusto severo della semplicità formale o della sintesi figurativa; il gusto stesso cui appartengono tutte le produzioni che nel mondo costituiscono la espressione moderna più valida del “disegno per l’industria”, e danno il carattere più elevato allo stile che va determinando […] Gusto che ha due provenienze: una “culturale” che muove dai movimenti moderni delle arti, l’altra da definirsi “morale-tecnica” perché vuole rispondere con estrema sincerità ai postulati insiti nella funzione e da essa suggeriti, rifiutandole anche ogni fatua vistosità. Quando i risultati di quel “controllo” estetico si identificano formalmente con la destinazione e il carattere dell’oggetto, e si arriva alla purezza ed essenzialità della “forma della funzione”, allora l’oggetto è perfetto, e la sua forma è “vera”.

Diversi sono gli esempi di “forma della funzione” legati all’illuminazione, tra gli ultimi Compassi assegnati ricordiamo quello a Tite e Mite di Foscarini (2001) o la Mix di Luceplan (2008), le prime per l’uso di un filato in Kevlar®, la seconda per l’introduzione del LED COB. Una curiosità, la Mix ha un sistema manuale dimmer simile alla 559, un filtro color ambra, orientabile mediante un piccolo perno, permette di direzionare e controllare il fascio luminoso. Un’evoluzione, e soprattutto, un passaggio di testimone tra oggetti e designer.

Tutte le immagini di prodotto: Archivio fotografico Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro

Ritratto di Gino Sarfatti: https://www.sandraseverisarfatti.com/