– INTERVISTE COL FOTOGRAFO –

La pazienza del fotografo

Proseguono gli incontri con i fotografi. Marco Introini ci racconta le sue scelte operative e poetiche. Per fare della buona fotografia d’architettura è necessario aggirarsi per i luoghi, frequentarli e conoscerne la luce

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Darchitetto prima immagini la scena e la disegni poi scatti, ci racconti questa scelta operativa?

Partirei nel dire che sul disegno sono abbastanza autistico, ho sempre avuto la mania del disegno di architettura e tutt’oggi continuo a disegnare oltre che a fotografare. Detto questo, per i primi anni di università ho frequentato lo IUAV di Venezia dove ho disegnato molto per i corsi di storia dell’architettura e li mi sono appassionato anche alla rappresentazione dell’architettura e di scenografia. Rientrato a Milano mi sono laureato in progettazione. Per cui, la capacità del disegno e il metodo di sviluppo del progetto li ho portati nella mia esperienza come fotografo. Mi spiego meglio. Per me il lavoro del fotografo non è fare belle fotografie, questo è fuori discussione, ma è quello di utilizzarla come strumento di analisi del paesaggio. Per essere tale l’atto fotografico è un processo di conoscenza del tema, che sia l’architettura o il paesaggio, che avviene attraverso lo studio di mappe, disegni o un’iconografia già esistente su quel soggetto o soggetti simili. Poi, c’è il camminare nel paesaggio, fare dei sopraluoghi e a quel punto disegnare e schizzare. Il paesaggio ti bombarda di informazioni e di suggestioni, il disegno è soprattutto fatto a memoria, non al momento del sopraluogo. Questo è un ottimo strumento per fare una sintesi e per disegnare solo quello che realmente ti interessa o tenere nella tua inquadratura, è anche un modo per capire dove posizionare il cavalletto fotografico.

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La ricerca della luce e quindi dell’ombra corretta è un lavoro paziente. Ogni luogo ha la sua luce.

La pazienza è una caratteristica che in fotografia, soprattutto in quella di architettura, si sviluppa molto perché devi aspettare le condizione ideali: senza persone o che le persone siano in posizione corretta perché non distolgano l’attenzione dal soggetto principale: lo spazio, e attendere la luce giusta. Nella realtà per la luce e le ombre hai tanti strumenti, partendo dalle mappe, con le quali puoi capire l’orientamento degli edifici e le ombre che produrranno e quindi programmare come muoverti nello spazio. Senza dubbio ogni luogo ha la sua luce che aggiunge un registro in più al racconto visivo. Faccio un esempio, però di pittura, e qui tradisco la mia passione per tutta la rappresentazione dell’architettura e del paesaggio. Bernardo Bellotto, uno dei più importanti pittori vedutisti del ‘700, quando viene invitato a dipingere le città del nord Europa, non tradisce quelle ombre lunghe prodotte dal sole che non raggiunge un azimut alto, ma le dipinge cosi come sono nella realtà perché sono un elemento importante del paesaggio. E così anche il fotografo, pur con i vincoli del fotografare la realtà, può scegliere la sua luce o la luce del luogo.

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Confrontando “Milano Illuminista” e “Los Angeles” oltre ad una luce completamente diversa, nel primo c’è una saturazione d’architettura che nel secondo paradossalmente manca. Ce li racconti?

‘Milano illuminista’ è un lavoro tutt’ora in corso nato nel 2012. Qui ho voluto ricercate la luce diafana delle prime ore del mattino, che permette passaggi tonali morbidi senza la drammaticità dell’ombra, facendo risaltare così la composizione dello spazio e delle sue architetture. Senza dubbio lavorare in queste ore mi permette di avere un piano stradale libero da auto e persone e quindi apprezzare di più la dimensione spaziale della città e degli edifici. Questo è un momento magico, perché senti la città che si sta caricando di energia. Questa luce, come lo sono tutte, non è solo un’espressione ‘tecnica’ ma linguistica, che rimanda inevitabilmente a riferimenti storici nella fotografia e nella rappresentazione di ‘architettura’. Mentre per il lavoro su Los Angeles, più precisamente sul Los Angeles River, ho voluto una luce molto forte e zenitale per esaltare la dimensione orizzontale dello spazio, il caldo e la secchezza del paesaggio, lasciando molto spazio all’interno della mia inquadratura. Los Angeles ha la luce quasi a picco, zenitale, qui volevo esaltare la percezione di uno spazio vasto con orizzonti ampi e fare sentire il cielo che schiaccia il paesaggio, quasi a ricordare il deserto.

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Bianco/nero disabitati e pochissime ombre portate. Questa è l’architettura, sembrano dire le tue fotografie?

Sì, lo scopo è quello di far concentrare chi guarderà le mie fotografie verso il paesaggio, verso l’architettura, non dare la possibilità di distrarsi e di far scoprire la complessità dello spazio ma anche il suo fascino. Inseguo lo stupore che si ha quando si va a teatro, dopo l’ouverture c‘è quella frazione di secondo prima che gli attori comincino a cantare e gli occhi ti si riempiono solo della scena. Qui tradisco un’altra passione: la scenografia del teatro d’opera.

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Davanti all’obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte”. (Roland Barthes, La camera chiara). Cosa ne pensi?

Bisognerebbe chiederlo ai miei soggetti, alle architetture. Senza dubbio, per il momento storico nelle quali le ritraggo, sono quelle che sono e tra 10, 20, 30 anni il linguaggio fotografico sarà cambiato, il modo di studiare sarà mutato e i ritratti saranno diversi. Ma questo è valido anche quando lo stesso soggetto è fotografato nello stesso momento da due professionisti distinti. Poiché hanno un bagaglio di immaginario diverso interrogheranno il paesaggio con sensibilità differenti e restituiranno fascinazioni differenti. È proprio questo il bello della fotografia: interrogarsi su ciò che guardiamo e come lo guardiamo o meglio, come il fotografo ce lo fa vedere.

(Tutte le immagini Marco Introini_photography ®)