– INTERVISTE COL DESIGNER –

Illuminare è un sistema narrativo

Il 2019, per Alberto Pasetti, è stato caratterizzato da due importanti progetti, il vettore Vega e Palazzo Besta. Due scenari diametralmente opposti, il futuro e il passato. Quale approccio hai adottato per risolverli?
Il vettore Vega e Palazzo Besta rappresentano due opportunità fisicamente e concettualmente molto distanti tra loro ma allo stesso tempo occasioni per utilizzare le proprietà più avanzate della tecnologia d’illuminazione. Palazzo Besta ha richiesto una cura particolare nei confronti delle facciate da valorizzare, compatibilmente alle condizioni architettoniche in cui posizionare i proiettori. Il Vega ha richiesto un’attenzione speciale verso l’esaltazione di suoi elementi costitutivi, della fusoliera e degli elementi caratteristici che compongono un missile. Da una parte rappresenta la volontà di esaltare il valore storico-patrimoniale dell’edificio nel rispetto dell’Architettura e della storia, dall’altra la scelta di costruire un sistema narrativo che permetta di interpretare le diverse tappe operative, dal lancio al viaggio nell’atmosfera, verso la condizione di rilascio del satellite nello spazio.

Ci racconti le due sale illuminate per la Scuola Grande di San Rocco?
In realtà le sale illuminate sono tre. Partendo dalla prima, riqualificata nel 2009, al piano terra e costituita dall’androne principale. Nelle altre due, al piano primo, la filosofia di progetto si basa sull’adozione dei sistemi di illuminazione in grado di interpretare lo spazio e le opere. Il presupposto è stato fin dall’inizio quello di costruire, sulla base di un rilievo molto approfondito dell’esistente, un sistema di illuminazione in grado di dissimularsi il più possibile nell’Architettura e di fornire livelli di modulazione scenica tali da dirimere la complessità e la ricchezza di tutto l’insieme dell’apparato decorativo e delle opere scultoree e pittoriche, in particolare quelle di Jacopo Tintoretto. Il traguardo principale messo in opera dal nuovo sistema di illuminazione riguarda la capacità di raccontare singole opere e particolari di queste con una luce variabile nella geometria e nell’intensità rivelandone aspetti figurativi, stilistici e simbolici in grado di coinvolgere ed emozionare il visitatore. Nella sala dell’Albergo, nel 2014, venivano presentate al pubblico, per la prima volta, 22 scene interpretative di cui la metà sulla stessa opera: la Crocifissione. Le scene luminose sono state l’incentivo per implementare il racconto con un App che abbinava musica, disegni e testi in maniera sinergica e sensoriale per completare l’esperienza immersiva e conoscitiva.

Ci racconti le due sale illuminate per la Scuola Grande di San Rocco?
In realtà le sale illuminate sono tre. Partendo dalla prima, riqualificata nel 2009, al piano terra e costituita dall’androne principale. Nelle altre due, al piano primo, la filosofia di progetto si basa sull’adozione dei sistemi di illuminazione in grado di interpretare lo spazio e le opere. Il presupposto è stato fin dall’inizio quello di costruire, sulla base di un rilievo molto approfondito dell’esistente, un sistema di illuminazione in grado di dissimularsi il più possibile nell’Architettura e di fornire livelli di modulazione scenica tali da dirimere la complessità e la ricchezza di tutto l’insieme dell’apparato decorativo e delle opere scultoree e pittoriche, in particolare quelle di Jacopo Tintoretto. Il traguardo principale messo in opera dal nuovo sistema di illuminazione riguarda la capacità di raccontare singole opere e particolari di queste con una luce variabile nella geometria e nell’intensità rivelandone aspetti figurativi, stilistici e simbolici in grado di coinvolgere ed emozionare il visitatore. Nella sala dell’Albergo, nel 2014, venivano presentate al pubblico, per la prima volta, 22 scene interpretative di cui la metà sulla stessa opera: la Crocifissione. Le scene luminose sono state l’incentivo per implementare il racconto con un App che abbinava musica, disegni e testi in maniera sinergica e sensoriale per completare l’esperienza immersiva e conoscitiva.

In queste sale hai dovuto illuminare diversi materiali, dall’affresco al legno allo stucco dorato. Ogni materiale ha una sua luce?
Si, potremmo dire parafrasando “ogni cosa è illuminata”. Ovvero, se tu immagini che la nostra vista si comporta come un visore che seleziona e mette a fuoco oggetti del nostro interesse, lo stesso si può dire nella scelta attraverso la luce di illuminare ogni luogo fisico dandogli presenza e significato. Ogni fascio di luce può essere concepito per rispondere alla grande vista d’insieme o alla minuta esaltazione di un piccolo particolare. I singoli cromatismi, la tessitura superficiale, i basso rilievi, costituiscono un piccolo universo da interpretare e da rispettare attraverso un codice di lettura. Così le dorature, le superfici lapidee, gli intarsi marmorei, gli intagli lignei sono tutti ingredienti per una messa in scena selettiva o per una visione aperta d’insieme.

La tecnologia LED consente al lighting designer di “disegnare” la sorgente più che la lampada. Cosa ne pensi?
Per me la tecnologia a LED è straordinaria ma, in fondo, è solo una grande opportunità in uno stato evolutivo che permette di ridisegnare il concetto di illuminazione, partendo dal presupposto che la qualità totale si plasma prima nel pensiero, nell’idea e, solo successivamente, si manifesta con fenomeno fisico tangibile. Sorgente o lampada sembrano un po’ l’eterno dilemma dell’uovo e della gallina. Questo avviene da un punto di vista del design dove sono certo che la metà dei progettisti parte dalla forma. Nel mondo del lighting design applicato al settore espositivo questa regola non vale più, ogni sforzo è solitamente rivolto alla miniaturizzazione del corpo lampada ospitante e alla ricerca maniacale della migliore sorgente sotto il profilo qualitativo- spettrale. In alcuni casi, quando il corpo illuminante è necessariamente esibito per vincoli spaziali ed architettonici, il tema morfologico diventa rilevante. In quel momento scatta una ricerca e una progettualità stabilendo un rapporto con il contesto e una legittimazione della scelta formale, seguendo criteri di opportunità tipologica e stilistica. Raramente è la sorgente a LED a determinare la forma della lampada ma è pur vero che ne condiziona fortemente le dimensioni.

La tecnologia LED consente al lighting designer di “disegnare” la sorgente più che la lampada. Cosa ne pensi?
Per me la tecnologia a LED è straordinaria ma, in fondo, è solo una grande opportunità in uno stato evolutivo che permette di ridisegnare il concetto di illuminazione, partendo dal presupposto che la qualità totale si plasma prima nel pensiero, nell’idea e, solo successivamente, si manifesta con fenomeno fisico tangibile. Sorgente o lampada sembrano un po’ l’eterno dilemma dell’uovo e della gallina. Questo avviene da un punto di vista del design dove sono certo che la metà dei progettisti parte dalla forma. Nel mondo del lighting design applicato al settore espositivo questa regola non vale più, ogni sforzo è solitamente rivolto alla miniaturizzazione del corpo lampada ospitante e alla ricerca maniacale della migliore sorgente sotto il profilo qualitativo- spettrale. In alcuni casi, quando il corpo illuminante è necessariamente esibito per vincoli spaziali ed architettonici, il tema morfologico diventa rilevante. In quel momento scatta una ricerca e una progettualità stabilendo un rapporto con il contesto e una legittimazione della scelta formale, seguendo criteri di opportunità tipologica e stilistica. Raramente è la sorgente a LED a determinare la forma della lampada ma è pur vero che ne condiziona fortemente le dimensioni.

Quale edificio ti piacerebbe illuminare? E quale spegneresti?
Questa è una domanda ricorrente nella tradizione della letteratura specialistica del mondo della luce, vero!? Credo che ciascuno abbia nel cuore un luogo, un posto, che vorrebbe vedere in tutta la sua bellezza in una prospettiva temporale illimitata. Nel mio caso è la piazza San Marco a Venezia! Fin da bambino ci giocavo e la ammiravo, ora la sogno valorizzata con la delicatezza e l’armonia di cui avrebbe tanto bisogno. In particolare, la Basilica rappresenta un raro equilibrio di bellezza tra i volumi e gli apparati decorativi che lascia senza parole. Tuttavia, a Venezia, la lista rischierebbe di allungarsi, e non di poco. Infatti, le passeggiate notturne rivelano sempre le carenze e le mancanze di attenzione per un semplice ed elementare principio di valorizzazione che permetterebbe di scoprire quella che io definisco la seconda anima dell’architettura, quella che al calare del sole, a volte, rivela una personalità e una presenza scenica che incanta e arricchisce.

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