– INTERVISTE COL DESIGNER –

David Dolcini è un instancabile curioso

Luceplan, Porada e TossB tre aziende e tre idee di luce. Ce li vuoi raccontare?
In realtà cerco sempre di raccontare in modo coerente la mia idea di luce. Chiaramente ogni progetto si adatta ed evolve in base all’identità di ciascun cliente e, come già sai, Luceplan, Porada e TossB sono tre realtà ben diverse tra loro. Luceplan è un brand che ha fatto la storia dell’illuminazione. Da sempre esprime la tecnologia attraverso la riduzione del progetto alla sua essenza, con lampade come Costanza di Paolo Rizzatto (1986), Fortebraccio di Alberto Meda e Paolo Rizzatto (1998) e Mesh di Francisco Gomez Paz (2015). TossB è un’azienda belga che racconta la luce attraverso l’ombra. Esprimendo, secondo me, in modo estremamente moderno il carattere fiammingo. La sorgente luminosa non è mai dichiarata e la luce si apre il cammino attraverso volumi e geometrie minimali. Porada è invece un’azienda storica del mobile canturino, che basa la propria identità sul legno (principalmente massello) e i suoi valori. In questo caso la luce è un accento all’interno di un progetto globale di “Casa Porada” nel quale la matericità del prodotto e la componente di elevata artigianalità viene esaltata dalla luce.

Garbì, Lita e Halo, la luce è circolare?
La luce circolare?!…non ci avevo mai pensato. La luce è per me più simile alla musica, un’entità immateriale fatta di intensità e timbro capace di esaltare, o trasformare, il carattere di uno spazio incidendo sullo stato d’animo di chi lo vive. La circolarità o rotondità, inteso come geometria, è certamente un carattere ricorrente nei miei progetti di luce, come nei tre casi che hai citato. Credo lo sia perché è la forma geometrica che meglio esprime la mia idea di luce: dolce e dura, morbida e grafica al contempo.

Garbì, Lita e Halo, la luce è circolare?
La luce circolare?!…non ci avevo mai pensato. La luce è per me più simile alla musica, un’entità immateriale fatta di intensità e timbro capace di esaltare, o trasformare, il carattere di uno spazio incidendo sullo stato d’animo di chi lo vive. La circolarità o rotondità, inteso come geometria, è certamente un carattere ricorrente nei miei progetti di luce, come nei tre casi che hai citato. Credo lo sia perché è la forma geometrica che meglio esprime la mia idea di luce: dolce e dura, morbida e grafica al contempo.

Cosa ti ispira quando devi disegnare una lampada?
Ispirazione è un termine che ritengo non si sposi particolarmente con quella che è la mia metodologia progettuale, direi piuttosto che mi lascio permeare da concetti che mi appassionano e che prendo a piene mani da ambiti tra loro molto distinti. Quali l’architettura e la storia dell’arte, la tecnologia e l’artigianato, spesso anche dai gesti e dalla quotidianità. Una volta terminato lo studio, solitamente in un momento di tranquillità, alcuni di questi concetti si incontrano secondo un processo alchemico, che nemmeno io sono ben in grado di descrivere, et voilà! Il resto è affinamento, sviluppo tecnico e prototipazione, altri passaggi del progetto che mi divertono molto.

Tu sei, come molti della tua generazione, nativo LED. Progettualmente è la sorgente più malleabile per creare nuovi prodotti, cosa ne pensi?
Cominciai a lavorare nell’ambito dell’illuminazione con Luceplan nel 2004, come project manager. In quel momento il LED stava entrando timidamente nel mondo del lighting, fatta chiara eccezione per Ingo Maurer. Come tutte le nuove tecnologie, necessitava di un tempo fisiologico di avvicinamento da parte di imprese e progettisti. Quasi tutti i progetti Luceplan su cui lavorai tra il 2004 e il 2006 furono con sorgenti tradizionali fatta eccezione per la MIX (oggi non più a catalogo) disegnata da Meda e Rizzatto, di cui sviluppai la base e lo stelo e che in quel periodo mi sembrava quasi un oggetto spaziale. Fu proprio negli anni a seguire che cominciai a sperimentare personalmente con i LED con i miei progetti. È vero che il LED è una sorgente “malleabile” che ti trasmette, soprattutto all’inizio, la sensazione di poter fare praticamente qualsiasi cosa, ma proprio per il fatto che ha confini così vasti e ancora non ben definiti, può convertirsi in un terreno insidioso per un industrial designer. Basti pensare alla velocità con cui evolve questa tecnologia, sorgenti sviluppate un anno fa sono di fatto già obsolete. Dal mio punto di vista ciò richiede a progettisti e imprese uno studio approfondito e costante della tecnologia, al fine di creare prodotti, e non prototipi, funzionali, efficienti, sicuri.

Tu sei, come molti della tua generazione, nativo LED. Progettualmente è la sorgente più malleabile per creare nuovi prodotti, cosa ne pensi?
Cominciai a lavorare nell’ambito dell’illuminazione con Luceplan nel 2004, come project manager. In quel momento il LED stava entrando timidamente nel mondo del lighting, fatta chiara eccezione per Ingo Maurer. Come tutte le nuove tecnologie, necessitava di un tempo fisiologico di avvicinamento da parte di imprese e progettisti. Quasi tutti i progetti Luceplan su cui lavorai tra il 2004 e il 2006 furono con sorgenti tradizionali fatta eccezione per la MIX (oggi non più a catalogo) disegnata da Meda e Rizzatto, di cui sviluppai la base e lo stelo e che in quel periodo mi sembrava quasi un oggetto spaziale. Fu proprio negli anni a seguire che cominciai a sperimentare personalmente con i LED con i miei progetti. È vero che il LED è una sorgente “malleabile” che ti trasmette, soprattutto all’inizio, la sensazione di poter fare praticamente qualsiasi cosa, ma proprio per il fatto che ha confini così vasti e ancora non ben definiti, può convertirsi in un terreno insidioso per un industrial designer. Basti pensare alla velocità con cui evolve questa tecnologia, sorgenti sviluppate un anno fa sono di fatto già obsolete. Dal mio punto di vista ciò richiede a progettisti e imprese uno studio approfondito e costante della tecnologia, al fine di creare prodotti, e non prototipi, funzionali, efficienti, sicuri.

Dalla Lombardia a Valencia. Che differenze ci sono in milletrecento chilometri?
Tutto direi, anche se spesso si ha la convinzione che Italia e Spagna siano due paesi molto simili. Per restare in tema, una differenza che per prima mi ha colpito è sicuramente la luce. La posizione geografica, il clima ventoso, il mare e molti altri fattori. Ad esempio, il differente modo di vivere la strada e gli spazi pubblici, fan sì che a Valencia la luce del sole e la sua percezione sia completamente distinta. L’intensità, i colori, i riflessi e le ombre hanno un carattere molto diverso, direi unico. Per rendere meglio l’idea di questa differenza è sufficiente mettere a confronto due dipinti di inizio ‘900. Uno è Distendendo i panni al sole del pittore lombardo Angelo Morbelli, e l’altro è El baño del caballo di Joaquin Sorolla, maestro Valenciano.