– RACCONTI DA FUORI –

Il senso di Enrico per il vetro

Venezia, esterno giorno. Ricordo che faceva molto freddo, e il mare lentamente cambiava colore mentre il sole illuminava la Laguna. Dal vaporetto, Murano sembrava distante, scura ed enorme, ma non faceva paura perché in quella mattina il vento soffiava debole. I passi spediti sui masegni lungo la Fondamenta dei Vetrai mi rasserenavano, anche se il freddo pungeva attraverso il cappotto. Quando pochi minuti dopo indossai la tuta ed entrai in fornace per il mio primo giorno di lavoro, fui accolto dal tepore dei forni, mentre i maestri sceglievano le canne di ferro da utilizzare.

Si avvicinò un operaio anziano con una grande caffettiera: “Con lo zucchero o senza?” e sbadigliando la pose sulla base del forno. Non fece in tempo a prendere una caraffa che la cuccuma cominciò a gorgogliare, e in pochi secondi il caffè fu pronto. La temperatura era talmente alta che non ero nemmeno riuscito a pensare se lo volevo dolce o amaro.

Si avvicinò un operaio anziano con una grande caffettiera: “Con lo zucchero o senza?” e sbadigliando la pose sulla base del forno. Non fece in tempo a prendere una caraffa che la cuccuma cominciò a gorgogliare, e in pochi secondi il caffè fu pronto. La temperatura era talmente alta che non ero nemmeno riuscito a pensare se lo volevo dolce o amaro.

Non ho mai pensato di aver scelto il vetro come materia per esprimermi, credo piuttosto sia stato il vetro a scegliere me. Come molti giovani artisti avevo bisogno di denaro, e in realtà cercavo un lavoro qualsiasi che mi permettesse di mettere insieme il pranzo con la cena mentre la mia testa pensava a cosa disegnare. Quando vidi per la prima volta le fiamme uscire dalla bocca di un forno, in quell’isola luminosa e arcaica, sentii gli occhi e la bocca riempirsi di acqua, come se un liquido miracoloso mi travolgesse. Capii che quel momento mi avrebbe cambiato la vita.

C’è qualcosa di meravigliosamente carnale nel mio rapporto col vetro. Sul foglio bianco immagino una forma, la distorco, la frammento, la cancello e la disegno di nuovo. Ci gioco, la deformo e la allungo. Provo sempre un eccitante brivido quando vedo questa massa di vetro rovente e liquida estratta dal forno che nelle mani sapienti e veloci di un Maestro cambia il suo aspetto, come una farfalla che sta uscendo dal bozzolo. L’oggetto pensato è già dentro quel liquido bollente e informe, si tratta soltanto di tirarlo fuori, con forza e senza timore. L’interno del forno raggiunge temperature altissime e il distacco è talmente potente che per evitare che la sostanza si solidifichi la lavorazione deve essere velocissima, ma lucida e precisa. E ancor più lesti si dev’essere nel cogliere le ispirazioni che il vetro suggerisce nel momento stesso in cui lo si lavora. Può succedere che si inizi a scolpire un oggetto e si finisce per realizzarne un altro. Il mastro vetraio lotta contro il tempo, una sfida per i muscoli e il respiro che, attanagliati dal calore, devono creare l’oggetto pensato dall’artista.

C’è qualcosa di meravigliosamente carnale nel mio rapporto col vetro. Sul foglio bianco immagino una forma, la distorco, la frammento, la cancello e la disegno di nuovo. Ci gioco, la deformo e la allungo. Provo sempre un eccitante brivido quando vedo questa massa di vetro rovente e liquida estratta dal forno che nelle mani sapienti e veloci di un Maestro cambia il suo aspetto, come una farfalla che sta uscendo dal bozzolo. L’oggetto pensato è già dentro quel liquido bollente e informe, si tratta soltanto di tirarlo fuori, con forza e senza timore. L’interno del forno raggiunge temperature altissime e il distacco è talmente potente che per evitare che la sostanza si solidifichi la lavorazione deve essere velocissima, ma lucida e precisa. E ancor più lesti si dev’essere nel cogliere le ispirazioni che il vetro suggerisce nel momento stesso in cui lo si lavora. Può succedere che si inizi a scolpire un oggetto e si finisce per realizzarne un altro. Il mastro vetraio lotta contro il tempo, una sfida per i muscoli e il respiro che, attanagliati dal calore, devono creare l’oggetto pensato dall’artista.

Dei primi giorni vissuti accanto al vetro ricordo le piccole ustioni sulle caviglie o sui polsi. Ogni tanto riguardo le cicatrici dei tagli sulle mani, ripenso alle macchie di sangue sulla tuta e sugli attrezzi. Quando si è crudi diventa necessario qualche doloroso errore che porta verso una consapevole maturità. Fin da piccolo ho sentito il bisogno di creare, di raccontare. E gli oggetti, seppur inanimati, rivelano una storia, narrano le vicissitudini che li hanno portati a essere materia. La malleabilità della sostanza ha la forza intrinseca di un foglio bianco, dove possiamo scrivere e disegnare le nostre pulsioni, le nostre paure e i nostri desideri.

Il vetro è come la vita. La puoi sognare, la puoi immaginare e puoi provare a modellarla, ma devi anche saperla ascoltare. Soprattutto, la devi amare con passione.