– COMPASSO D’ORO –

L’accuratezza nei dettagli e la Fiat 600

Il 1955 è segnato da molti accadimenti, ma due eventi sono fondamentali per il mondo del design. A Milano c’è la seconda edizione del Compasso d’oro e a Ginevra viene presentata la nuova Fiat 600. Questa è una tra le più interessanti utilitarie del dopoguerra, capace di essere l’auto per tutti gli italiani, primato che verrà superato solo con la Nuova 500 nel 1957. La Fiat 600 venne presentata il 9 marzo 1955 a Ginevra, nel Palazzo delle Esposizioni. L’autovettura, nata come vettura popolare avrà per questo un notevole successo di vendite. Ingredienti di questo successo furono il prezzo competitivo, la dotazione di serie e un’alta qualità nonostante il prezzo, una buona abitabilità e il comportamento stradale che abbinato al nuovo cambio dava soddisfazioni di guida nonostante il piccolo motore. È interessante ricordare che, in occasione della presentazione della Fiat 600, la Rai trasmise un cortometraggio promozionale girato da CineFiat.

A Dante Giacosa venne richiesto il massimo della sperimentazione con il minimo della spesa, l’ingegnere scelse delle forme molto arrotondate per risparmiare lamiera e peso. Allo stesso modo, le due lampade da terra selezionate dalla Giuria sono state segnalate per essere “accurate nei dettagli” e figlie della miglior “sintesi formale”. Si tratta della Mod. 1055 disegnata da Gino Sarfatti per la sua Arteluce e del Luminator dei fratelli A e PG Castiglioni per Gilardi & Barzaghi (Artform dal 1957 poi Flos dal 1994). La Giuria composta da Aldo Borletti, Cesare Brustio, Ernesto Nathan Rogers, Alberto Rosselli e Marco Zanuso, pose le seguenti motivazioni per il conferimento del premio.

A Dante Giacosa venne richiesto il massimo della sperimentazione con il minimo della spesa, l’ingegnere scelse delle forme molto arrotondate per risparmiare lamiera e peso. Allo stesso modo, le due lampade da terra selezionate dalla Giuria sono state segnalate per essere “accurate nei dettagli” e figlie della miglior “sintesi formale”. Si tratta della Mod. 1055 disegnata da Gino Sarfatti per la sua Arteluce e del Luminator dei fratelli A e PG Castiglioni per Gilardi & Barzaghi (Artform dal 1957 poi Flos dal 1994). La Giuria composta da Aldo Borletti, Cesare Brustio, Ernesto Nathan Rogers, Alberto Rosselli e Marco Zanuso, pose le seguenti motivazioni per il conferimento del premio.

Arteluce Mod. 1055
Con l’assegnazione del Premio “La Rinascente Compasso d’oro” ad Arteluce, la Giuria ha voluto riconoscere nuovamente al disegno di Sarfatti l’alto livello creativo in tutta la sua produzione. Fra i vari oggetti presentati, la Giuria ha creduto di poter accentrare il proprio interesse sulla lampada scomponibile che racchiude nelle sue parti ben articolate l’esemplificazione completa di uno studio accurato dei dettagli, quale raramente vien fatto di riscontrare nella produzione, anche elevata d’oggi. Ma, con l’assegnazione del premio, la Giuria vuole altresì segnalare il completo rinnovamento della produzione, anche dal punto di vista concettuale rispetto allo scorso anno, pur riconoscendo nei nuovi disegni lo stesso stile, la stessa sensibilità, la stessa mano.

Artform Luminator
Con l’assegnazione del premio “La Rinascente Compasso d’oro 1955” alla lampada disegnata da A. e P. G. Castiglioni, la Giuria vuole segnalare la sintesi formale risultante da una struttura leggera e stabile studiata per inserire tra le fonti di illuminazione della casa un oggetto di produzione tipicamente industriale e di lunga durata come un faro-lampadina. La correttezza ed il rigore con i quali sono stati impiegati i materiali, l’esemplare semplicità della composizione, l’adeguamento della fonte luminosa alla struttura di sostegno, i rapporti dimensionali tra le parti in relazione alla altezza dell’ambiente medio della casa moderna, fanno di questa lampada un singolare risultato che tiene conto delle varie componenti di un oggetto di produzione industriale nei confronti della sua destinazione ambientale.

Si può dire che Luminator è nato appositamente per il Compasso d’Oro del 1955, o meglio è scaturito come nostra risposta alla domanda di una ‘forma dell’utile’ per l’industria italiana sollecitata dal famoso premio indetto, solo l’anno prima dalla Rinascente” (fonte: Fondazione Achille Castiglioni) così il designer milanese ricordava la genesi della sua lampada. La “sintesi formale” evidenziata dalla Giuria era determinata da due fattori. In primo luogo, dall’essenzialità della struttura, una lampada da terra portata ai suoi elementi basilari (base, stelo e sorgente); in seconda istanza, la trasportabilità, lo stelo era anche il contenitore delle stecche di base. Un leggerissimo ready made duchampiano ancora attuale nel suo estremo minimalismo, anche coloristico. Oggi è proposto solo in versione grigio antracite, scompare l’originale blu ciano (chissà se Flos per il prossimo 65° anniversario ne farà una riedizione).

Artform Luminator
Con l’assegnazione del premio “La Rinascente Compasso d’oro 1955” alla lampada disegnata da A. e P. G. Castiglioni, la Giuria vuole segnalare la sintesi formale risultante da una struttura leggera e stabile studiata per inserire tra le fonti di illuminazione della casa un oggetto di produzione tipicamente industriale e di lunga durata come un faro-lampadina. La correttezza ed il rigore con i quali sono stati impiegati i materiali, l’esemplare semplicità della composizione, l’adeguamento della fonte luminosa alla struttura di sostegno, i rapporti dimensionali tra le parti in relazione alla altezza dell’ambiente medio della casa moderna, fanno di questa lampada un singolare risultato che tiene conto delle varie componenti di un oggetto di produzione industriale nei confronti della sua destinazione ambientale.

Si può dire che Luminator è nato appositamente per il Compasso d’Oro del 1955, o meglio è scaturito come nostra risposta alla domanda di una ‘forma dell’utile’ per l’industria italiana sollecitata dal famoso premio indetto, solo l’anno prima dalla Rinascente” (fonte: Fondazione Achille Castiglioni) così il designer milanese ricordava la genesi della sua lampada. La “sintesi formale” evidenziata dalla Giuria era determinata da due fattori. In primo luogo, dall’essenzialità della struttura, una lampada da terra portata ai suoi elementi basilari (base, stelo e sorgente); in seconda istanza, la trasportabilità, lo stelo era anche il contenitore delle stecche di base. Un leggerissimo ready made duchampiano ancora attuale nel suo estremo minimalismo, anche coloristico. Oggi è proposto solo in versione grigio antracite, scompare l’originale blu ciano (chissà se Flos per il prossimo 65° anniversario ne farà una riedizione).

Abbiamo chiesto a Giorgina (figlia di PierGiacomo) e a Giovanna (figlia di Achille) di raccontarci qualcosa sul Luminator. Giorgina Castiglioni ci riporta un sintetico testo del padre, in pochi tratti ne fa una descrizione perfetta e decisamente architettonica: “Il treppiede di ferro con lo stelo e il portalampada costituiscono la struttura portante. L’involucro tubolare esterno di alluminio (che può essere fornito anche in diversi colori) racchiude lo zoccolo della lampada, lo stelo col conduttore elettrico e l’interruttore a pulsante. La lampadina, dotata di riflettore interno a specchio, rende inutile il normale riflettore metallico.” (da PierGiacomo Castiglioni “Libera docenza in Composizione Architettonica – Industrial Design vol. 18” – 1958).
Giovanna, invece, ci racconta che “l’idea del Luminator è suggerita dall’utilizzo della lampadina a calotta argentata, da poco immessa sul mercato: rivolta a soffitto, permette di schermare la luce lateralmente, per proiettare l’intero flusso di emissione luminosa verso la parte superiore. Realizzato con un numero ridotto di elementi assemblabili, l’apparecchio illuminante si trasforma in un semplice e funzionale supporto della fonte luminosa. Un tubo in alluminio del diametro minimo necessario per contenere il portalampada, stabilizzato da un esile treppiede metallico, sostiene la sorgente. Tale involucro, oltre a diventare il contenitore per il trasporto della base di appoggio, racchiude lo stelo del conduttore e l’interruttore” (fonte Fondazione Achille Castiglioni).

Un discorso molto simile sulla semplicità è possibile farlo per la Mod. 1055, lampada da pavimento portata alla sua essenza di linea verticale su cui scorre una sorgente libera o schermata. Questa è, forse, una delle prime lampade vendute in scatola, definita da Roberto Sarfatti “un kit di montaggio ad altissima componibilità e indirizzabilità. Ciascuna delle tre parti dello stelo si inserisce sulla precedente lungo l’asse ma anche a 45° e può essere fissata a una base o su un sostegno a muro” (da “Gino Sarfatti, Il design della luce” catalogo della mostra in Triennale Milano – 2012). Gino Sarfatti, durante tutta la carriera, continua ad indagare i temi del controllo luminoso e della direzionalità mediante schermi o paralumi. Tutte le sue lampade affrontano e risolvono queste questioni con modalità sempre diverse e innovative, come l’uso delle sorgenti a calotta parzialmente argentata. Anche la Mod. 1055 è figlia della grande abilità nelle lavorazioni meccaniche di precisione che ha sempre caratterizzato Milano e la sua industria lungo tutto il Novecento. Due lampade, ciascuna a proprio modo essenziale ed innovativa, perfettamente padrone “dell’ambiente […] della casa moderna”. Entrambe diventate ispiratrici di un modo nuovo d’intendere la luce verticale, dove l’assenza di paralume conico diventa il linguaggio progettuale contemporaneo di riferimento.

Un discorso molto simile sulla semplicità è possibile farlo per la Mod. 1055, lampada da pavimento portata alla sua essenza di linea verticale su cui scorre una sorgente libera o schermata. Questa è, forse, una delle prime lampade vendute in scatola, definita da Roberto Sarfatti “un kit di montaggio ad altissima componibilità e indirizzabilità. Ciascuna delle tre parti dello stelo si inserisce sulla precedente lungo l’asse ma anche a 45° e può essere fissata a una base o su un sostegno a muro” (da “Gino Sarfatti, Il design della luce” catalogo della mostra in Triennale Milano – 2012). Gino Sarfatti, durante tutta la carriera, continua ad indagare i temi del controllo luminoso e della direzionalità mediante schermi o paralumi. Tutte le sue lampade affrontano e risolvono queste questioni con modalità sempre diverse e innovative, come l’uso delle sorgenti a calotta parzialmente argentata. Anche la Mod. 1055 è figlia della grande abilità nelle lavorazioni meccaniche di precisione che ha sempre caratterizzato Milano e la sua industria lungo tutto il Novecento. Due lampade, ciascuna a proprio modo essenziale ed innovativa, perfettamente padrone “dell’ambiente […] della casa moderna”. Entrambe diventate ispiratrici di un modo nuovo d’intendere la luce verticale, dove l’assenza di paralume conico diventa il linguaggio progettuale contemporaneo di riferimento.

(Immagini Luminator: Fondazione Achille Castiglioni)

(Immagini Mod. 1055: Archivio fotografico Fondazione ADI Collezione Compasso d’Oro)